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Hotel Ischia. Ischia Offerte. Lastminute Ischia. Ischia Hotels. BREVE STORIA DI ISCHIA - I GRECI, VIII-II SEC.A.C.
Sigilli scaraboidi dalla necropoli di S. Montano (28)
Pithecusae: i greci tra VIII e II sec. a.C.

Intorno al 770 a.C. i coloni greci provenienti dalle città di Calcide ed Eretria nell’isola di Eubea, si stabiliscono nell’isola d’Ischia che chiamano Pithecusae, fondandovi una città dal medesimo nome. A lungo l’etimologia del toponimo è stata fatta derivare dal termine Pithekos, scimmia, e si dovrebbe ad un’improbabile presenza di quest’animale sull’isola; tale etimologia sarebbe confermata anche dall’altro nome dell’isola, Inarime, giacchè arimi era per qualcuno il termine dei Tirreni indicante la scimmia. Sicuramente più accreditata è invece la tesi che attribuisce l’etimo a Pithos, orcio, termine che alluderebbe quindi alla natura intimamente commerciale dell’insediamento.
I coloni, dunque, con felice intuizione, scelsero per loro insediamento il sito più sicuro che l’isola possa offrire. Infatti, l’acropoli sul promontorio di Monte di Vico (Rif.3) all’estremità nordovest dell’isola, con l’area attigua che comprendeva i nuclei suburbani al margine della collina di Mezzavia, la zona portuale e la necropoli della valle di S. Montano, non è stata mai più direttamente interessata da fenomeni vulcanici. Infatti, sebbene le fonti storiche ricordino tre o quattro eruzioni vulcaniche avvenute tra il 770 e il 350 a.C., gli scavi archeologici tanto nella necropoli quanto sull’acropoli di Monte di Vico, hanno documentato il popolamento continuo, senza alcuna interruzione.

Ricchissimo è il materiale che attesta la cultura di questo primo periodo coloniale: a ricordare i fiorenti mercati con il vicino Oriente e con il Mediterraneo orientale vi sono piccoli oggetti esotici come i sigilli scaraboidi e gli scarabei e diverse classi ceramiche presenti nei corredi di alcune tombe. Ricco il materiale importato dalla Grecia, particolarmente da Corinto e dalla stessa Eubea; inoltre, accanto a questo, diverse classi economiche attestano i rapporti che Pithecusae intrattiene con alcune regioni italiane come la Puglia, la Calabria ionica, la Sardegna e, soprattutto, con l’Etruria meridionale, il Lazio e la vicina Campania.
Ma l’industria ceramica a Pithecusae non è la sola: numerose sono infatti le testimonianze dell’industria metallurgica, uno dei fattori principali che con il commercio ha giustificato la fondazione ed assicurato la prosperità dell’isola durante la seconda metà dell’VIII sec. a.C. Infatti, sulla collina di Mezzavia, in località Mazzola (Rif.geog.6), sono stati rinvenuti i resti di strutture costruite con pietre a secco, in cui si sono identificate officine per la lavorazione del bronzo e del ferro, ma anche dell’argento e dell’oro.

La \'Coppa di Nestore\', dalla necropoli di S. Montano (29)
Ma il reperto più noto e significativo, è sicuramente la cosiddetta "coppa di Nestore", una tazza importata da Rodi, rinvenuta in una tomba della necropoli, su cui è stato inciso in alfabeto euboico, e dunque a Pithecusae stessa, un epigramma in tre versi che allude alla famosa coppa di Nestore descritta nell’Iliade, l’unico esempio pervenutoci di un brano poetico in scrittura contemporanea alla composizione stessa dell’Iliade. La trascrizione del testo, costituito da tre versi, di cui il primo è lacunoso, è la seguente: "Di Nestore...la coppa buona a bersi. Ma chi beva da questa coppa, subito quello sarà preso dal desiderio d’amore per Afrodite dalla bella corona."

Il progressivo declino dell’importanza di Pithecusae, che incomincia già dall’inizio del VII sec. a.C., è dovuto allo sviluppo dell’antistante Cuma, di cui l’isola diventa una dipendenza. I corredi della necropoli pithecusana sono ora molto più poveri di quelli dei periodi precedenti, anche se la scarsezza dei materiali di accompagnamento funerario non è necessariamente indizio di povertà ma, piuttosto, testimonianza di un cambiamento nelle usanze funerarie. Essi sono ora caratterizzati dalla presenza di ceramica attica che per la sua netta superiorità tecnica ed artistica si afferma dall’inizio del VI secolo in poi su tutte le altre ceramiche greche. Tra i materiali di questa fase si ricordano i numerosi frammenti di terrecotte architettoniche, ossia del rivestimento delle strutture in legno dei templi e di altri edifici significativi.

Nel 474 a.C. Ierone, tiranno di Siracusa, alleatosi con i cumani nella guerra contro gli Etruschi, dopo la sconfitta di questi, occupa Pithecusae per meglio sorvegliare e prevenire i movimenti dei nemici sconfitti. Tra il 450 ed il 420 a.C. la Campania viene occupata dalle popolazioni sabelliche (questo è il nome romano per i popoli italici di lingua osca) provenienti dall’Appennino abruzzese-molisano. Intorno al 420 a.C. anche Cuma cade nelle loro mani e diviene una città osca. Soltanto Neapolis si salva dagli invasori e occupa Pithecusae che rimane così, per altri tre secoli, una città di civiltà greca. Ma anche se l’isola dipende ormai da Napoli, l’industria della ceramica conserva una notevole importanza. Caratteristica del periodo è infatti la ceramica da mensa, tutta verniciata di nero, del tipo detto "Campana A", la ceramica comune e le anfore commerciali "a punta", che servivano per contenere il vino che veniva sia esportato che importato.

A cura della dr.ssa Nicoletta Manzi - Da:
G.BUCHNER C.GIALANELLA, Guida al museo di Ischia, Napoli 1995.
G.CASTAGNA, Scavi e Museo Santa Restituta in Lacco Ameno, 1988.
E.MANCINI, Flegree, isole dei verdi vulcani, Milano 1980.
P.MONTI, Ischia, archeologia e storia, Napoli 1980.
P.MONTI, Ischia altomedievale, Napoli 1991.



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La Battglia di Soronzàno L'ammiraglio Giovanni Poo con 300 guerrieri parte per Ischia, di notte, approda sulla spiaggia di S. F. di Paola, manda le galee a Gaeta e ascende 1'Epomeo. Giovanni d'Angiò teneva quartier generale a Fontana ed era ignaro dello sbarco, avvenuto così nascostamente. Il quartiere si sposta a Campagnano per dare l'attacco al Castello. Un colpo cade sul Castello provocando gran fumo. Il Poo, credendolo un segnale, con molta fretta aggredisce alle spalle gli Angioini. Escono quelli dal Castello quando s'avvedono della cosa. La battaglia fu tremenda e dura la vittoria delle armi di Ferdinando. Giovanni d'Angiò riuscì appena a fuggire per la Provenza, dove premoriva al padre Renato. Ma Giovanni Toriglia, sebbene sconfìtto, pure con pochi rimasti girava per l'Isola in attesa di dare un nuovo attacco. Chiese al fratello Carlo dei viveri e quegli corse in suo aiuto, ma la sua flotta vien distrutta dalle navi di Ferdinando e preso prigioniero col figlio, sicché a Giovanni non resta che arrendersi con i patti del 26 giugno 1465. Ludovico Sforza opprimeva suo nipote Gian Galeazze Sforza, genero del figlio di Ferdinando I, Alfonso, e accortosi della politica del re, si accorda con Carlo Vili, re di Francia, il quale, come erede di Casa d'Angiò (Renato moriva dopo del figlio Giovanni, il nipote Carlo senza figli, Luigi XI al figlio Carlo Vili), e con diritti sul reame di Napoli, vi scende. (Guida d'Ischia - G.G.Cervera)

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